Storie di uno che negli anni 80 c'era
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Domenica poemriggio sono tornato da un viaggio in medio oriente.
Giusto per tirarmela un po' devo dire che ci sono andato con una ONG a seguire un progetto fi formazione ad un gruppo di social worker iraqeni. Così per circa dieci giorni ho praticamente convissuto con 8, tra uomini e donne, vittime della guerra in Iraq.
Questi 8 vivono e lavorano a Bagdad ed ogni giorno devono fare i conti con le esplosioni, la mancanza di corrente elettrica, gli attentati, gli stipendi da fame, le bombe, l'aumento del costo della vita, le esplosioni causate dalle bombe degli attentati, il copri fuoco che forse non sarà imposto per legge ma di notte è meglio non girare.
Tanto per continuare a tirarmela io ero un formatore.
Loro come studenti erano un po' indisciplinati, ma mica per cattiveria.
Il fatto è che visto che a Bagdad tira un gra brutta aria, il corso di formazione si teneva ad Hamman in Giordania, un modo come un altro per tenere gli operatori dell'ONG fuori dai guai e offrire ai social worker iraqeni un po' di vacanza.
Così loro ne hanno aprofittato per farsi dei giri la notte, per fumarsi un narghilè in pace nei cofee shop, per comprare cose che da loro non si trovano, per dormire la notte tranquilli, per dimenticarsi per un po' di qualcosa che non hanno chiesto e di cui adesso non possono liberarsi.
Il giorno dopo in aula il rendimento era un po' quello che era.
Loro non parlavano molto di casa loro, se non per dire che sentivano la mancanza della famiglia, ma queste cose emergevano comunque, come brufoli da sotto un fondo tinta messo male (che immagine retorica del cavolo... scusate).
Venerdì a Bagdad è scoppiata l'ennesima bomba in una moschea sciita. Questa volta a poche decina di metri dalla casa di una dei social worker e quello che è seguito lo potete immaginare. Nemmeno le telefonate che rassicuravano che i genitori di quella donna stavano bene ha sciolto lo spavento.
Il giorno dopo loro sono ripartiti perché il corso di formazione era ormai terminato e ci siamo salutati con la promessa di tenerci in contatto via e-mail.
Per il momento ci mandiamo qualche SMS e qualche mail, ci diciamo che ci manchiamo.
Per il momento e per chissà quanto tempo sarà per me impossibile non pensare a loro tutte le volte che a Bagdad scoppierà una bomba.
Una volta qui c'era il Bar Mario
Ci sono due motivi per frequentare quotidianamente le stazioni dei treni: o sei senza una casa o sei un pendolare.
A me è capitato il secondo motivo, almeno per ora.
Frequento la stazione milanese di Porta Garibaldi da più di trent'anni, non perché faccio il pendolare dall'età prescolare ma perché da piccolo una volta al mese mia madre mi portava dall'oculista (moglie del principale di mio padre) che a gatis mi ha salvato l'occhio sinistro da una miopia pressoché assoluta.
Trentanni fa l'attrazione principale della stazione era il mitico "BAR TAVOLA CALDA" che si stagliava per tutta sua lunghezza di una dozzina abbondante di vetrine sul lato destro dell'uscita.
Mi affascinava quel "TAVOLA CALDA" scritto in bianco su fondo blu, tutto maiuscolo e gigantesco, che nella mia cittadina di provincia non avevo mai visto.
Se avevo ben chiaro cosa fosse un bar, la "TAVOLA CALDA" mi affascinava perchè implicava l'esistenza di una "tavola fedda" mentre a casa mia la tavola aveva sempre la stessa temperatura così come i piatti, i bicchieri e le stoviglie in genere. A cambiare temperatura erano, se mai, i cibi che ci mangiavo.
Mi affascinava quell'ambiente pieno di signori elegantemente vestiti che prendevano il bianchino alle cinque di sera prima di prendere il treno che li avrebbe riportati a casa. Solo parecchi anni più tardi avrei capito che i signori eleganti erano impiegati nevrotici che si stordivano con un po' di alcol prima di ributtarsi nelle grinfie della famiglia.
MI affascinava il bancone lungo una trentina di metri con vetrine cariche di panini e scatole di Baci Perugina a volte sormontate da giganteschi peluche.
Mia madre era decisamente meno affascinata. Per lo più era scocciata dal fatto che io volessi sempre entrare a prendere un bicchiere d'acqua (gassata).
Tutte le volte che andavo a Milano il "BAR TAVOLA CALDA" era li, fisso come un monumento, unica certezza in una stazione che, di tanto in tanto, cambiava pelle caoticamente ed improvvisamente.
Ed era ancora li quando 15 anni fa incominciai a fare il pendolare per alcuni anni.
Ed era sempre li quando meno di quattro anni fa ripresi a lavorare a Milano dopo una lunga pausa durante la quale avevo lavorato altrove.
Col tempo mi avevano affascinato altre cose: il "BAR TAVOLA CALDA" se nella sua parte anteriore era rigorosamente senza sedie di alcun genere, aveva una parte che somigliava a quei caffé anni 50 che si vedono nei film americani, con tavoli quadrati allineati lungo una parete e contro la vetrina opposta, e panche dallo schienale alto e foderate di pelle rossa.
E poi l'arredamento interno non era mai cambiato e aveva mantenuto quell'aspetto "anni '70".
Purtroppo anche le pulizie risalivano probabilmente a quell'epoca.
Il "BAR TAVOLA CALDA" negli ultimi anni era diventato il ritrovo dei senza fissa dimora della stazione, era un luogo puzzolente, sporco e polveroso. Anche il lunghissimo bancone era ormai inutilizzato per due terzi e i camerieri avevano la faccia di chi era dietro al bancone da troppi anni per aver ancora voglia di servire anche un solo caffé.
Ieri lo hanno tirato giù.
Nel piano di ristrutturazione pomposamente definito "Centostazioni" che si ripropone di trasformare "Le stazioni in piazze", stanno sventrando tutta la stazione di Porta Garibaldi e dopo le edicole e il negozio di orologi è toccato al mio "BAR TAVOLA CALDA".
Guardando i progetti, esposti un po' dovunque in stazione, si capisce che al suo posto metteranno una scala che "collegherà più rapidamente la stazione con la metropolitana". In questo modo il pendolare medio, già stressato da un viaggio su un treno in ritardo e sovraffolato, potrà infilarsi più rapidamente in un budello per salire su un altro treno sovraffolato che lo scodellerà a due passi dall'ufficio.
Il tutto senza farsi venire nemmeno l'idea di fermarsi per un caffé prima di entrare in ufficio.
Quale ammirevole attenzione dei progettisti, nei confronti del lavoratore.
Però è giusto così.
Un altro "BAR TAVOLA CALDA" non sarebbe stata la stessa cosa.
Navigati navigatori
Sulla rotta verso i 40, mi rendo conto di conoscere solo tre categorie di persone.
Gli accoppiati
I single
Gli sfigati.
Alla prima categoria appartengono poche persone: sono quelle che hanno avuto la fortuna (a volte moto discutibile) di trovare l’anima gemella o per lo meno qualche cosa che le assomiglia molto.
In questi ultimi mesi non faccio altro che sentire di coppie che si tradiscono e di coppie che si separano: anni di fidanzamento, anni di matrimonio, magari un figlio e ad un certo punto quello che si ha non basta più e si sceglie di andare ognuno per la propria strada con tutto il carico di dolore che queste decisioni in un modo o nell’altro si portano dietro
Personalmente manco dell’esperienza necessaria a capire come si possa arrivare a non sopportare più la persona con la quale per anni hai condiviso tutto.
Però è così: arrivi a detestare al tal punto la persona che hai sposato che non tolleri il fatto di doverci scambiare quattro parole, figuriamoci una vita in comune, fluidi corporei e legami famigliari.
Però mi affascinano le coppie sposate: hanno la loro casetta, i loro lavori e la loro vita, probabilmente non devono contare i soldi per arrivare alla fine del mese e tutte le sere hanno una casa a cui tornare e qualcuno con cui condividere la cena, la giornata di lavoro, la rete amicale e quella del letto. Nella maggior parte dei casi fanno sesso tra di loro non perché non riescano a staccarsi le mani di dosso, ma perché hanno scelto, per convenienza, comodità o pigrizia, di non farlo con nessun altro.
Mi affascinano, ma non credo che sarei mai capace di fare come loro.
I single sono un’altra categoria interessante.
Dove abito ora oltre a me ce ne sono altri quattro. Poi ne conosco altri sparsi un po’ qua e un po’ la per le province di Milano e Varese.
Gente che, nella maggior parte dei casi ha scelto di essere single.
Gente con un sacco di amici e con vite spesso interessanti, anche se tutte accomunate da almeno due fattori: pochi soldi (quasi tutti fanno due lavori), mancanza di una casa a cui tornare.
Non che vivano sotto i ponti, intediamoci. Spesso le case dei single sono dei piccoli capolavori di architettura d’interni e quasi tutti hanno un mutuo da pagare (da cui la mancanza di soldi e il doppio lavoro conseguente).
Il fatto è che non basta un domicilio per avere una casa a cui tornare, e la case dei single sono desolatamente vuote.
Qualcuno ovvia a questo problema lavorando praticamente sempre: sabati, domeniche, tutte o quasi tutte le sere infrasettimanali.
Altri invece si riempiono la casa di amici e tutte le sere o sono ospiti a cena da qualcuno, o vanno ospiti a cena da qualcuno.
Altri ancora aggirano l’ostacolo e semplicemente non tornano a casa, fermandosi a fare l’aperitivo al bar fino alle undici di sera, passando direttamente dal lavoro alla festa, alla discoteca, al letto dell’amante di turno.
I single sono affascinanti per il semplice fatto che vivono da soli, come se il vivere da soli di per se li circondasse di un’aurea di mistero, maturità, perfezione autoctona da prendere a modello.
Come se mangiare quando e quello che si vuole, il non dover rendere conto a nessuno del proprio tempo libero, delle proprie scelte, in definitiva della propria vita, fosse un qualcosa a cui aspirare
Poi ci sono gli sfigati.
L’archetipo prototipo dello sfigato è quello che vive ancora con i genitori anche se perniciosamente vicino alla quarantina, ma questo non è determinante.
Quello che invece lo distingue da tutti gli altri è che ha un giro di amicizie buone per andare in discoteca, a fare una mangiata, organizzare un’uscita e basta.
Coltiva hobby come la playstation, il computer, gli impianti per l’home cinema e via dicendo e passa le serate in casa da solo.
Perché se sei tra i trenta e i quaranta e appartieni alla categoria degli sfigati ti sei semplicemente arreso e non hai voglia.
Voglia di lanciarti in un’avventura, voglia di rischiare, “voglia di innamorarmi di una donna di animale, di una borsa di coccodrillo, di uno straccio di ideale” (Baccini – ho voglia di innamorarmi).
Ecco cosa manca alla mia generazione.
Uno straccio d’ideale.
Il bello delle categorie è che spesso e volentieri non sono assolute ma si compenetrano, per cui possiamo avere single sposati, sposati sfigati, sfigati single e via dicendo, dove si prende il peggio di ogni categoria e lo si frulla e lo si distilla fino ad ottenere un concentrato di male di vivere e noia e frustrazione che teniamo li in un angolo del nostro animo, non perché ci piaccia, ne tanto meno perché siamo masochisti.
Semplicemente perché sappiamo che c’è e ci fa compagnia.
“Scusi, signor NeuroDeliri, ci sfugge un po’ chi è morto e l’ha proclamata Dio. Come si permette di tranciare giudizi con tanta serenità sulla gente che la circonda? Guardi un po’ alla sua esistenza e si faccia due conti in tasca, please.”
È quello che sto facendo.
Frugo le tasche della mia esistenza e vedo un po’ cosa c’è dentro.
Un bel po’ di roba sapete?
Inventariando un po’ il loro contenuto ci trovo decine e decine di confidenze di amici e parenti che mi raccontano la desolazione della loro esistenza da single, sfigati o sposati.
Un ragguardevole numero di serate passate in casa ad ampliare la mia cultura cinematografica.
Un bel po’ di numeri di telefono dimenticati.
Parecchie telefonate mai ricevute.
Svariate cene a casa di gente.
Facce e ricordi di persone conosciute nei posti più improbabili e con le quali si sono fatti tragitti di vita su strade ancora più improbabili.
E adesso vuotate un po’ le vostre tasche, giusto per vedere cosa salta fuori a voi.
Secondo me ci troveremo la stessa roba e ad entrambi mancherà la stessa cosa: uno schifo di bussola e uno straccio di cartina che ci indichi un po’ dove stiamo andando.
Avremo lo stesso punto di riferimento per mantenere un’ipotesi di rotta: quel distillato di malessere che dicevo poco fa e che ci fa compagnia.
È il nostro approdo, il posto dove tornare alla sera.
Guai a toglierlo, andremmo alla deriva in un mare dove ciò che siamo e ciò che facciamo non ha nessun senso.
Ecco quello che noi tutti siamo.
“Noi tutti?”
Beh perlomeno quelli che vengono dai posti da cui vengo io.
Gente che naviga a vista in un mare che conosciamo benissimo e che è fatto della nostra sofferenza, delle nostre sfighe, dei nostri nodi irrisolti. Ma anche delle nostre certezze, dei nostri punti fissi che, in ultima analisi, sono il nostro lavoro, il nostro compagno o la nostra compagna di vita (moglie, marito o amante), i nostri affetti e i nostri cliché.
Guai a toglierceli, perderemmo l’orientamento all’istante.
Ci servono quei punti di riferimento, sono il nostro nord geografico, la nostra rotta.
Preferiamo andare avanti e indietro in un mare che conosciamo a memoria (e che francamente ci annoia) piuttosto che varcare le nostre personali colonne d’Ercole e incominciare ad esplorare un oceano che non sappiamo.
E la semplice possibilità che al di la delle colonne, ci sia una terra splendida dove poter approdare, francamente non ci basta.
O meglio, ci spaventa.
Cosa ne facciamo di anni e anni di martellate sulle palle, se potevamo star meglio da un bel pezzo?
E ancora.
Cosa ci faccio con tutta questa serenità?
Non siamo veri navigatori, siamo solo scafisti che fanno avanti indietro rischiando di brutto tutte le volte.
E a noi piace così.
E per rendere meno noioso il nostro andirivieni ci inventiamo degli improbabili compagni di viaggio, che con noi fanno tratti di mare a volte brevi, a volte lunghi.
Ma che non si avventurano mai al di fuori delle rotte già sperimentate, incise nel loro animo tanto quanto le nostre.
Tempo fa facevo questi discorsi al tavolo di un ristorante.
Il punto dove volevo arrivare quella sera era che uscire dalle rotte abituali significava crescere e maturare: smettere i soliti panni, abbandonare le nostre sicurezze, affrontare le nostre paure.
Diventare adulti, insomma
Mentre scrivo queste righe non lo so dove voglio andare a parare.
Forse voglio solo raccontare le mie riflessioni.
Di sicuro non voglio insegnare niente a nessuno.
Sono solo pensieri allo stato brado, servono a quel che servono e ognuno ne faccia l’uso che gli pare.
HAL9000 vince un non-premio come primo a mettere un commento nel mio neo blog.
E con il suo commento mi da uno spunto per il titolo e per il taglio da dare a questo blo(b)g.
Io negli anni ottanta c'ero ed ero un adolescente.
Questo fa di me, ora, un quasi quaratenne.
Ora, se sei un quasi quarantenne italiano e ti chiami Pieraccioni o Muccino, sei fortunato perché delle insicurezze, incertezze e derive della nostra generazione ci hai fatto qualche film, sei diventato famoso, ricco, hai un sacco di belle donne e via dicendo.
Se sei uno normale come me hai tutte le incertezze, insicurezze e derive tipiche di una generazione che è dovuta crescere senza miti, senza eroi, e in un panorama artistico culturale francamente sconfortante. Il resto non ce l'hai e devi arrangiarti con quello che avanza. Il che francamente non è molto.
Parlerò di questo e di come mi vanno le cose.
Forse.
Apro questo blog un lunedì sera di febbraio, con il desiderio di raccontarmi ma con il dubbio che a nessuno possa interessare.
Non ho ancora deciso che titolo dare ne che taglio dare al tutto, staremo a vedere.